Strana esperienza insegnare a tanti che ne sanno più di me

Noi professori utilizziamo ancora lo strumento elettronico come un supporto estraneo, misterioso, indocile. I nostri allievi, invece, l’hanno introiettato: fa parte della loro carne e del loro cervello, li assiste non solo nello studio ma quasi in ogni altro momento della vita. Un’intera classe universitaria si confessa e ci conferma che nel mondo digitale i giovani stanno molti anni luce davanti a noi

Ho sessantatré anni. Insegno da quarant’anni precisi. Il mio primo incontro diretto con il computer avvenne all’Italsider di Bagnoli. Facevo parte di un’équipe interdisciplinare di ricercatori: psicologi del gruppo creato da Gustavo Iacono, esperti di organizzazione della “Pietro Gennaro e associati”, sociologi del centro studi “Nord e Sud”.
Il mio ruolo era di “partecipante osservatore”. Vivevo, cioè, nei reparti dell’acciaieria, delle piegatrici, degli altiforni e osservavo meticolosamente i rapporti informali degli operai per paragonarli a quelli dei loro colleghi di Piombino e di Genova. L’osservazione era arricchita dalla somministrazione di questionari, che a quei tempi si tabulavano a mano, con il supporto di una Divisumma, cioè di una calcolatrice meccanica Olivetti, che ora appartiene all’archeologia industriale, ma allora era il vanto di pochi privilegiati ricercatori e statistici.
L’annunzio di un elaboratore installato presso la direzione generale dello stabilimento ci colse di sorpresa. A darcene la prima notizia fu un dirigente venuto dal Nord, che ci parlò dell’evento e dell’elaboratore (la parola “computer” venne solo più tardi) come dello sbarco di un marziano tra noi impreparati terricoli. La visita all’oggetto fu ancora più sorprendente. Oggi noi apriamo un computer, che è sulla nostra scrivania. Allora si entrava nel computer, che occupava un intero piano del centro direzionale. Il ventre del computer, nel quale si entrava con circospetta reverenza, era bianco di fòrmica, lattiginoso come un acquario, asettico come un reparto ospedaliero. E come silenziose balene bianche vi nuotavano i tecnici, o come medici primari in camice bianco (mi sono poi sempre chiesto perché questo camice, esibito come una toga candida, come un mantello sacerdotale di un rito iniziatico).

Forse già allora vi era qualche computer nell’università, ma solo nelle facoltà scientifiche. In quelle umanistiche ci si vantava di scrivere con la penna stilografica e persino la biro appariva come un eccesso di modernofilia.
Bisogna arrivare alla fine degli anni Sessanta per avere le prime lavagne luminose in qualche aula “attrezzata”, e alla fine degli anni Ottanta per avere le prime tesi di laurea scritte con il computer: senza le irregolarità ortografiche delle vecchie macchine da scrivere a martelletto e senza le macchie riparatrici del mitico “bianchetto”. In un’aula di cento allievi, solo un paio di studenti vantavano l’accesso al personal computer paterno – il “pc”, come dicevano con l’orgoglio dei privilegiati.
Allora corteggiavo le grandi aziende che, largheggiando in spese elettroniche, spregiudicatamente sostituivano il 286 con il 386. Mi facevo regalare qualche dismesso 286, lo portavo in aula e lo sorteggiavo tra i miei studenti, iniziandoli così ai misteri dell’informatica. Oggi in aula su un centinaio di studenti solo tre, oltre me, hanno un Pentium II. Altri tre usano il computer del padre. Tutti gli altri hanno un Pentium III e alcuni hanno già il Pentium IV. Chi ha un Pentium II a 450 MHz lo considera superato e si sente depotenziato.
Le ricerche didattiche e le tesi sono tutte arricchite da grafici e disegni fatti al computer, le esposizioni sono impreziosite da schemi e figure mobili in Power point, le tesi sono corredate da cd-rom. Ogni mio allievo manovra il computer con una disinvoltura che io non conquisterò mai e naviga in Internet per molte ore del giorno e della notte, dialogando con reti di ignoti interlocutori. Almeno una decina di studenti ogni giorno mi scrivono per chiedere informazioni, spiegazioni o anche solo per comunicarmi il loro stato d’animo, per farmi leggere una poesia o un racconto che hanno appena scritto, per commentare ciò che ho detto a lezione.

L’aula ormai si è dilatata, si è liberata del peso degli atomi, è diventata una estesa e fitta rete di bit che si insinuano, silenziosi e velocissimi, nella nostra vita di pre-industriali proiettati nel post-industriale. Quando io nacqui, nel mio paese vi era un solo telegrafo (nell’ufficio postale) e un solo telefono (nella stazione dei carabinieri). Poi ho assistito con felice stupore all’avvento della plastica, della televisione, della fotocopiatrice, del fax, del computer, del cellulare, di Internet.
Questi studenti sono nati dopo lo sbarco sulla Luna, dopo il Sessantotto, dopo il terrorismo, dopo la morte di Aldo Moro. Quando è caduto il muro di Berlino avevano otto anni e quando Internet si è affacciato nella loro vita ne avevano dieci.
Noi usiamo il computer come un supporto estraneo, misterioso, indocile. Loro l’hanno introiettato come una protesi domestica e ubìqua, ormai incarnata nella loro carne, nel loro cervello. I primi computer erano difficili da usare e avari nei servizi che offrivano all’utente. Occorrevano maestri pazienti per insegnarcene l’uso e manutentori costosi per rimetterlo in azione a ogni intoppo. Oggi, invece, la maggior parte di questi studenti è autodidatta nell’uso del personal computer perché ormai il suo uso è facilitato da un hardware sempre più versatile e da un software sempre più amichevole.
Alla fine degli anni Settanta era impensabile che i computer potessero collegarsi tra loro e dialogare in tempo reale.

Oggi ogni studente cerca di stare al passo con i tempi, rinnovando il proprio computer appena ne esce un tipo più potente. L’unico vincolo è la spesa. Ma sono pronti a qualsiasi sacrificio pur di avere il processore più veloce, che consente operazioni tecniche e applicazioni rapidissime. I software più aggiornati girano solo su macchine più veloci. Il primo Pentium acquistato quattro anni fa appare come un ferro vecchio, anche se molti riconoscono che un tipo più recente di computer serve solo per programmi più evoluti, di cui uno studente universitario non ha bisogno. Insomma, un pc dell’ultima generazione risponde soprattutto al ruolo di status symbol.
Il Commodore 64 è stato lo strumento iniziatico per tutti. Non c’è studente che non abbia cominciato da quel vecchio, caro, portentoso, delicato supporto dei suoi sogni tecnologici, dotato com’era di una interfaccia grafica tutta particolare. Entrava nelle famiglie, il vecchio Commodore, per insistenza dei rappresentanti, che battevano il territorio casa per casa, convincendo i genitori che, grazie a quell’ignota tecnologia, essi avrebbero potuto mettere i propri figli in grado di affrontare con assoluta sicurezza un futuro prodigioso.
Ma oggi quel futuro è tra noi e occorrono computer sempre più potenti e programmi sempre più sofisticati. Il microprocessore, cellula primaria dell’elaboratore, raddoppia la sua potenza ogni 18 mesi: occorre dunque rincorrerlo se non si vuole essere scartati dal destino che la scienza ci prospetta.
Per alcuni, ovviamente, non è questione di corsa indotta, di moda, di status symbol. C’è chi ha fatto sacrifici per acquistare un computer da 1000 MHz solo perché esso gli facilita molte applicazioni di uso quotidiano e perché, avendo la connessione con adsl, ha la possibilità di fruire di informazioni più numerose e preziose rispetto a prima.

Ovviamente, soltanto pochi studenti possono permettersi la connessione mediante Adsl, ma tutti la desiderano perché risulta molto vantaggiosa per chi abitualmente utilizza Internet almeno un paio di ore al giorno: allo stesso prezzo, infatti, essa offre connessioni super-veloci ventiquattro ore su ventiquattro.
Tra i miei allievi ce ne è uno che ha acquistato un Pentium IV al prezzo di 2.500.000 lire (video escluso ma modem incluso). Il comodato d’uso, previsto dal contratto Adsl con Infostrada, permette di avere una connessione super veloce e inoltre, se fra qualche mese il sistema Adsl sarà superato, consente di disdire il contratto senza l’inconveniente di doversi tenere in casa una macchina ormai obsoleta. Ma come è riuscito, questo studente, ad acquistare una macchina tanto costosa? Ha avuto un anticipo da suo padre, e adesso, per pagare le rate, lavora come istruttore di spinning.
Tra tutti i miei studenti, soltanto uno su cinque lavora, nei più diversi campi: come istruttore, impiegato, cameriere, addestratore di cani, web designer, addetto allo scalo Alitalia.
Ma cosa ci fanno, i miei allievi, con il computer? L’uso ormai preminente è per Internet: comprano libri su Amazon, comunicano attraverso la posta elettronica, usano programmi di ritocco musicale e di foto-ritocco, ricorrono a programmi per suonare con pc all’avanguardia. C’è musica elettronica e acustica sintetizzata. Ci sono le playlist, cioè le tastiere con suoni predisposti. E ci sono personal computer portatili che consentono di suonare nei locali giovanili. Il programma musicale è composto da piste: su ognuna di esse c’è il suono di uno strumento, quindi un pc moderno può consentire di suonare diversi strumenti contemporaneamente, come un’orchestra.
Quasi la metà dei miei studenti usa il pc per scaricare musica; uno su sei ha il masterizzatore; altrettanti usano Internet per le telefonate interurbane. Uno su dieci usa il pc per giocare.

Ogni tanto qualcuno riceve un virus tramite la posta elettronica. A qualcuno è arrivata una e-mail a catena, ha rischiato la cancellazione di tutti i dati e ha dovuto riformattare il pc.
Uno su tre usa la chat. C’è chi chatta spesso per parlare con altre persone, per poi conoscerle dal vivo. C’è chi ha conosciuto virtualmente persone che poi non ha mai incontrato. C’è chi ha incontrato persone che aveva già potuto vedere grazie alla web cam. Però la web cam si diffonde molto lentamente perché nelle chat si possono assumere identità diverse da quelle reali, rifugiandosi dietro un anonimato che la web cam non consente. Internet è considerato come lo sviluppo della posta e del telefono: la web cam rappresenta, quindi, un ostacolo all’immediatezza e alla natura della comunicazione.
Nessuno dei miei studenti ha mai avuto dalla scuola una reale spinta determinante verso l’uso del pc. Ce ne è uno, proveniente dal liceo classico, che lamenta di avere avuto appena un’ora di informatica alla settimana, e l’insegnante di matematica che teneva il corso non era sufficientemente preparato.
Un altro, sempre proveniente dal liceo classico, vi ha creato un giornale scolastico e, grazie all’aiuto del tecnico del laboratorio di informatica, vi ha creato anche un sito web con link verso altri siti scolastici. Da parte degli insegnanti non c’è stata molta collaborazione. Un altro ancora, che ha frequentato l’istituto d’arte a Pescara, vi ha trovato insegnanti che lo hanno spinto all’uso del pc. Ormai ogni studente (tranne due) convive con familiari che sanno usare il computer.

Le ore passate davanti al pc, spesso sono sottratte alla tv.
Ma vediamo qualche dato. Quest’anno il 56% dei miei studenti proviene da Roma, dove ha svolto i suoi studi. Il 67% è composto da donne; il 38% ha frequentato il liceo scientifico; il 18% quello classico; il 15% ha frequentato altri tipi di scuola.
Quasi tutti – il 92%, come si è detto – possiedono un computer. Gli altri usano quello del padre o di amici. Il 49% è entrato in contatto con il primo computer dopo i 17 anni; il 23% prima dei dieci anni. Mediamente i miei studenti passano davanti al computer 15 ore a settimana. Lo fanno soprattutto per collegarsi a Internet (90%), per scrivere (79%), per giocare (31%) e per “fare altro”, cioè studio, lavoro, scaricare documenti, e-mail, vedere programmi, ottenere foto, suonare.
Alla domanda «cosa fai con Internet?» il 77% risponde «giro per trovare cose», il 64% afferma «ci studio», il 43% dice di «scaricare cose», fare musica (38%), chattare (36%).
Il 31% di coloro che chattano parlano di musica, arte, fanno colloqui in inglese. Il 18% parla di studio, si scambia informazioni (13%), il 10% parla di sport e di amore.
Su Internet i ragazzi trascorrono mediamente 8 ore a settimana. Ai miei studenti piace navigare online soprattutto per trovare informazioni (87%), per vedere immagini (82%), per scaricare software (33%), per conoscere persone (20%).

Le informazioni cercate riguardano news (56%), musica, arte, viaggi (46%), giornali e riviste (43,5%), cinema (38%), locali (15%), sport (13%), programmi televisivi (5%).
Nella navigazione online si lamenta la lentezza dei collegamenti (67%), la difficoltà nel trovare le informazioni (26%), l’abbondanza di siti inutili (18%) e l’eccesso di informazioni (8%). Solo l’8% possiede una playstation.
Sono troppo scarsi i dati riguardanti il tipo di giochi utilizzati, il tempo cui ci si dedica e il come lo si fa.
I ragazzi intervistati hanno imparato l’uso del computer grazie ad amici (49%), da soli (43,5%), attraverso i genitori (15%). Con l’aiuto degli insegnanti soltanto il 13%.
Il giudizio degli studenti sulla preparazione degli insegnanti nell’utilizzo dei nuovi strumenti è tutt’altro che positivo: il 33% ritiene che siano pochi gli insegnanti preparati; il 5,1% è addirittura convinto che non ce ne sia nessuno.
Le apparecchiature elettroniche e telematiche nelle scuole sono considerate insufficienti dal 33% dei miei studenti, inadeguate dal 18% e sufficienti solo dall’8%.
Il 56% dei genitori asseconda i figli nell’uso del computer.
Il computer, infine, fa parte integrante della vita degli interpellati, che lo ritengono molto utile (82%) o abbastanza utile (13%). Il 49% dei miei studenti pensa che non sia possibile una vita attiva senza il personal computer. A sessantatré anni, non me la sento di dare loro torto.

(L’indagine è stata effettuata con la collaborazione di Serafina Barbati. I dati sono stati raccolti da Chiara Carocci, Alessandro Ferlosio, Emanuela Lentieri)

(Domenico De Masi, Quaderni di Telèma, n. 24, Primavera 2001)